Ho studiato Giurisprudenza ed esercito la professione di avvocato, ma da sempre coltivo quella che considero la mia vera passione: il libro. Non soltanto come oggetto da leggere, ma come progetto da costruire.
Tutto è iniziato molto presto, sull’Altopiano di Asiago, dove sono nato e dove sono tornato a vivere. I libri erano semplicemente parte della casa: bastava averli accanto perché, prima o poi, diventassero compagni di vita. Da ragazzo fondai, con altri amici, un piccolo giornale di paese e, oltre a scrivere gli articoli, mi occupavo dell’impaginazione. Erano gli anni di QuarkXPress e, senza rendermene conto, stavo già imparando che tra un testo e il suo lettore esiste sempre un progetto.
Anche all’università questa passione non mi ha mai abbandonato. A Trento dirigevo il settimanale universitario, “Studiare a Trento”, organo ufficiale dell’Opera Universitaria, e ne seguivo l’intero processo editoriale. Poi sono arrivati gli studi di diritto medievale e la professione forense, ma quel filo non si è mai spezzato. Anzi, proprio il metodo appreso negli studi storici è diventato uno degli strumenti più preziosi del mio lavoro di editore.
La storia insegna una cosa fondamentale: dietro ogni risultato esiste un metodo. Cambiano gli strumenti, cambiano le tecnologie, cambiano i linguaggi, ma il metodo resta. È questa, probabilmente, la mia idea di heritage: trasmettere non soltanto libri, documenti o archivi, ma le competenze, i principi e la cultura del progetto che li hanno resi possibili. È l’amore per il libro fatto bene.
Quando lavoro a un nuovo volume parto sempre da qui. Molti immaginano che il compito di un editore consista nello scegliere un buon testo e mandarlo in stampa. In realtà un libro nasce molto prima. Ogni decisione – il formato, il carattere, la carta, l’interlinea, la stampa, la rilegatura – contribuisce a costruire l’esperienza di lettura. Nulla è decorativo: tutto è funzionale a mettere il lettore nelle condizioni migliori per incontrare il testo.
Una pagina ben progettata è un gesto di rispetto verso chi scrive e verso chi legge. Se il lettore non si accorge del lavoro che c’è dietro, probabilmente quel lavoro è stato fatto bene. È una convinzione che nasce dalla lunga tradizione della tipografia europea, dove generazioni di tipografi, incisori, stampatori e studiosi hanno affinato regole che oggi ci sembrano naturali, ma che sono il risultato di secoli di ricerca.
Per questo non credo che la qualità dipenda soltanto dal talento. Il talento è indispensabile, ma senza metodo rischia di produrre episodi isolati. È la cultura del progetto a rendere possibile la continuità e, quindi, la durata. Vale per un libro come per una casa editrice.
Ogni anno vengono pubblicati migliaia di titoli. Alcuni scompaiono nel giro di pochi mesi, altri continuano a essere letti per decenni. Non dipende soltanto dal loro valore letterario, ma anche dalla capacità dell’editore di riconoscere ciò che merita di attraversare il tempo. È per questo che mi sento, insieme, scopritore di nuove voci, custode della memoria e costruttore di un catalogo che esprima una precisa idea di cultura. Pubblicare significa sempre fare una scelta e assumersene la responsabilità.
Con questo spirito, dieci anni fa, è nata Ronzani Editore. Non avevo in mente una casa editrice che seguisse le mode del momento, ma un progetto capace di mettere in dialogo letteratura, storia, arte, filosofia, musica e cultura del libro. Col tempo ho capito che un catalogo non è un semplice elenco di titoli: è un racconto. Ogni libro dialoga con quelli che lo hanno preceduto e prepara quelli che verranno. È questa continuità a costruire l’identità di un editore.
Il progetto dedicato al Nuovo manuale di tipografia di Giulio Pozzoli, che stiamo realizzando insieme a Made In Heritage, nasce proprio da questa visione condivisa. Non si tratta semplicemente di ripubblicare un raro manuale ottocentesco, ma di restituire nuova vita a un’opera che racconta una vera cultura del progetto. La ristampa anastatica e la digitalizzazione rappresentano due modi complementari di valorizzare lo stesso patrimonio: da un lato preservano la materialità del libro, dall’altro ne rendono accessibili i contenuti e li affidano a nuovi lettori e alle generazioni future.
È forse questa la lezione più preziosa che il Pozzoli continua a trasmetterci. Le macchine cambiano, i software evolvono, i supporti di lettura si trasformano. Ma i principi non invecchiano. La qualità continua a nascere dall’organizzazione del lavoro, dalla conoscenza dei materiali, dal rispetto delle regole e dalla cura di ogni dettaglio. È una lezione che appartiene ai quasi sei secoli di storia della stampa, e che continua a indicare una strada anche all’editoria di oggi.
Lo stesso vale per il rapporto tra carta e digitale. Non li ho mai considerati mondi in contrapposizione. Il libro cartaceo conserva un’esperienza materiale insostituibile, mentre il digitale offre nuove possibilità di conoscenza, studio e diffusione. Digitalizzare non significa sostituire il libro, ma permettergli di raggiungere nuovi lettori e attraversare il tempo in forme diverse. Anche questa è una forma di valorizzazione dell’ heritage.
Se guardo ai primi dieci anni di Ronzani Editore, non penso tanto ai libri pubblicati quanto alla comunità che si è costruita attorno a essi: autori, studiosi, traduttori, grafici, tipografi, lettori. Nessun libro nasce da una sola persona e nessun patrimonio continua a vivere se non c’è qualcuno disposto a prendersene cura.
È questa l’idea di heritage che mi piacerebbe lasciare: non conservare il passato per nostalgia, ma riconoscere ciò che merita di continuare a vivere e trovare, ogni volta, il modo migliore per trasmetterlo.