Sono un medico cardiologo che oggi si occupa di cultura, tecnologie digitali e formazione. A prima vista potrebbe sembrare un cambiamento di mestiere piuttosto radicale. Io, invece, ho l'impressione di continuare a fare più o meno quello che ho sempre fatto: studiare, sperimentare, cercare di capire come funzionano le cose e, possibilmente, spiegarle agli altri.
La mia formazione è profondamente umanistica. Ho frequentato il liceo classico a Trieste, coltivando interessi artistici e qualche velleità architettonica. Erano anni in cui la letteratura, il teatro, la musica facevano parte della nostra educazione, ma anche della vita quotidiana. Trieste, del resto, era un luogo nel quale identità culturali differenti convivevano senza necessariamente fondersi. Una città in cui si imparava presto a non ragionare per compartimenti stagni.
Poi ho scelto Medicina. Non ho mai considerato questa decisione una rinuncia alla cultura umanistica. Anzi, il latino, il greco e persino la struttura della lingua tedesca mi hanno aiutato a comprendere la terminologia scientifica e a sviluppare un certo ordine mentale. Mi sono sempre riconosciuto in quello che Bruno Munari chiamava pensiero divergente: la capacità di immaginare un'alternativa, di guardare lo stesso problema da prospettive differenti.
La cardiologia è arrivata quasi per caso. Inizialmente pensavo alla chirurgia, poi ho frequentato un corso complementare di cardiologia e il docente mi ha proposto di laurearmi con lui. Mi sono laureato nel 1973, entrando in una disciplina che stava attraversando una straordinaria stagione di trasformazioni.
Ho scoperto che la cardiologia richiedeva qualcosa che mi apparteneva profondamente: la capacità di raccogliere informazioni, metterle in relazione e immaginare ciò che non era immediatamente visibile. Un elettrocardiogramma è una successione di segnali che bisogna saper interpretare. La diagnosi nasce dal confronto tra ciò che racconta il paziente, ciò che osserviamo e ciò che possiamo dedurre.
Per questo continuo a pensare che la cardiologia sia una delle espressioni più creative della medicina. Non soltanto per le tecnologie che utilizza, ma per il modo in cui obbliga a ragionare.
Il mio incontro con l'informatica è cominciato proprio negli anni della mia formazione medica, molto prima che esistessero i personal computer come li conosciamo oggi.
Per la tesi di laurea avevo raccolto le informazioni relative a oltre cento pazienti, organizzandole in una grande tabella realizzata a macchina da scrivere. Righe, colonne, dati clinici, caratteristiche individuali: oggi diremmo che avevo costruito un foglio Excel, naturalmente senza Excel.
L'idea era già quella di raccogliere e organizzare le informazioni per poterle studiare e confrontare. Pensavamo persino di trasferirle sui computer a schede perforate disponibili all'università.
Quando arrivarono i primi computer, volli introdurli anche in cardiologia. Tra il 1979 e il 1980 cominciammo a utilizzare schede informatizzate dei pazienti. Da lì vennero altre esperienze: archivi, telemedicina, comunicazione scientifica, fino alla realizzazione di un sito internet dedicato alla cardiologia, quando il Web era ancora una novità. Non avevo seguito corsi di informatica. Imparavo sperimentando.
Ricordo ancora quando cercavo di capire il linguaggio HTML modificando direttamente il codice e osservando quello che succedeva sullo schermo. Mi sembrava di avere davanti una specie di Stele di Rosetta: da una parte i segni, dall'altra il loro significato.
E soprattutto mi divertivo. Questa è una cosa che non andrebbe sottovalutata: la curiosità funziona molto meglio quando ci si diverte.
Nel frattempo avevo cominciato a occuparmi anche di didattica e formazione. Alla fine degli anni Novanta sperimentavo strumenti di e-learning, trasformavo libri in materiali digitali, partecipavo allo sviluppo delle prime piattaforme per la formazione online.
Quando ho concluso la mia attività medica, ho scelto di non continuare a esercitare la cardiologia senza la possibilità di mantenermi costantemente aggiornato. In medicina non ci si può permettere di vivere di rendita sulle competenze acquisite.
Mi sono quindi dedicato sempre più alla cultura, all'arte, alle tecnologie digitali e alla formazione.
Ma non considero questo passaggio una rottura. È cambiato l'ambito di applicazione, non il metodo.
Non è tanto il contenuto a fare la differenza, quanto la metodologia con cui lo affrontiamo. Una buona formazione culturale permette di osservare, interpretare, collegare informazioni e affrontare problemi nuovi. È ciò che facevo in cardiologia ed è ciò che continuo a fare oggi.
Per questo l'incontro con le Digital Humanities e con Made In Heritage mi è sembrato naturale. Due interessi che avevano accompagnato tutta la mia vita, la cultura umanistica e le tecnologie digitali, hanno finalmente trovato un terreno comune.
Le tecnologie digitali possono aiutarci a conservare la memoria. Ma la memoria non è soltanto un insieme di informazioni da immagazzinare: è la possibilità di comprendere come siamo arrivati fin qui e di utilizzare questa conoscenza per costruire qualcosa di nuovo.
Anche la cardiologia possiede un proprio heritage. Ho vissuto una parte importante della sua evoluzione, appartenendo alla generazione successiva a quella dei pionieri della cardiologia italiana. Ho visto comparire tecnologie, strumenti e possibilità che prima sembravano impensabili.
Oggi riconosco dinamiche simili nel patrimonio culturale.
Le Digital Humanities offrono l'opportunità di mettere insieme conoscenze umanistiche, capacità di interpretazione e strumenti tecnologici. L'intelligenza artificiale amplia ulteriormente queste possibilità.
Mi piace proporre un paragone agli studenti: un tempo si studiava il greco attraverso l'Odissea e il latino attraverso l'Eneide. Oggi possiamo imparare a conoscere e utilizzare l'intelligenza artificiale lavorando sulle Digital Humanities.
Il patrimonio culturale diventa così anche un terreno di sperimentazione, nel quale apprendere tecnologie nuove partendo da contenuti che richiedono attenzione, sensibilità e rigore.
Non significa abbandonare le competenze tradizionali. Significa metterle nelle condizioni di produrre nuove conoscenze.
È soprattutto nella formazione che oggi concentro una parte importante del mio impegno.
Ho lavorato nel sistema ITS e nella formazione professionale, contribuendo anche alla nascita di un percorso dedicato agli allestimenti artistici a Venezia. Esperienze che mi hanno insegnato quanto sia importante interrogarsi non soltanto sulla qualità di un corso, ma sulla sua effettiva utilità per chi lo frequenta.
La domanda che continuo a pormi è molto semplice: stiamo organizzando questi percorsi per noi o per i ragazzi?
La formazione comporta una responsabilità. Non basta creare corsi, ottenere finanziamenti e rilasciare diplomi. Bisogna comprendere quali competenze siano realmente richieste, quali opportunità professionali possano aprirsi e quali attitudini possiedano le persone che vogliamo formare.
Questo vale anche per il Corporate Heritage.
Sono convinto che esista una domanda di nuove professionalità che non si è ancora manifestata pienamente. Le imprese possiedono patrimoni di documenti, conoscenze ed esperienze che possono essere valorizzati attraverso competenze nuove. Ma dobbiamo saper individuare questi bisogni, talvolta ancora inespressi, e costruire percorsi formativi coerenti.
C'è poi un'altra cosa alla quale tengo molto: la capacità di lavorare insieme.
In cardiologia il lavoro di squadra è fondamentale. Lo è anche in barca a vela, un'altra delle mie passioni. Quando organizzavo gli equipaggi per le regate, il problema non era trovare persone astrattamente perfette, ma capire chi avevo a disposizione e come valorizzare le capacità di ciascuno.
Quando mi chiedono che cosa faccio nel tempo libero, faccio sempre un po' fatica a rispondere.
Non perché non abbia interessi, ma perché non ho mai tracciato una separazione netta tra vivere e lavorare. La curiosità, lo studio, la sperimentazione e il desiderio di condividere ciò che imparo fanno parte del mio modo di stare al mondo.
In chiusura, mi piace ricordare una frase attribuita a Gillo Dorfles, che considero una specie di programma personale: «Non invecchiare con la propria generazione».
Non significa rinnegare la propria storia, naturalmente. Significa non smettere di confrontarsi con ciò che cambia, con persone di altre generazioni, con idee e strumenti che ancora non conosciamo.
In fondo è quello che ho cercato di fare per tutta la vita. E non ci penso proprio di smettere adesso.