Per lungo tempo la valorizzazione del patrimonio storico d’impresa è stata affidata all’intuizione, alla sensibilità o alla visione personale di singoli imprenditori e dirigenti. Archivi curati perché “sentiti”, collezioni preservate dall’oblio per passione, memorie trasmesse come patrimonio morale più che come funzione organizzativa. Un lavoro prezioso, ma spesso fragile, esposto alla discontinuità e privo di una forma riconoscibile.
Matteo Ferrario | Associazione Italiana Corporate Heritage Manager
La nascita della figura del Corporate Heritage Manager (CHM) coincide con una fase in cui la gestione del patrimonio culturale d’impresa si confronta con un ecosistema tecnologico sempre più avanzato, nel quale l’intelligenza artificiale assume un ruolo strategico. Se la responsabilità del CHM resta eminentemente culturale, interpretativa e progettuale, le tecnologie – e in particolare l’AI – ne ampliano in modo decisivo le possibilità operative, incidendo su conservazione, accesso e comunicazione.
Giacomo Fagandini | Corporate Storyteller
Due parole insolite per parlare di auto, ma perfette per raccontare Jaguar e Land Rover.
Oggi le due eccellenze britanniche sono ancora vicine di casa, anche se la loro proprietà è in India, sotto la bandiera di Tata Motors.
C’è un segnale chiaro che arriva dal mondo della ricerca, ma parla direttamente alle imprese: il corporate heritage non è più soltanto memoria, ma una leva strategica sempre più centrale. Archivi, musei d’impresa e patrimoni documentali entrano oggi nel cuore delle strategie aziendali, anche grazie alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale, che ne amplificano accessibilità, uso e valore.
Katya Corvino | Responsabile Heritage Lab - Italgas